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Il database relazionale come progetto culturale

Mentre gli storici affinavano le loro metodologie per coniugare le esigenze della ricerca con i pregi dell'elaborazione informatica, anche gli operatori dell'ambito informatico hanno compreso che programmi più duttili potevano trovare applicazioni in molti altri campi di ricerca oltre a quello delle elaborazioni statistiche, non solo dell'ambito storico, ma, per esempio, anche di tutto il settore delle humanities, tanto per restare nel campo della ricerca scientifica. Ne è risultata ampliata moltissimo la gamma di applicazioni che potevano essere condotte sulle fonti storiche, dato che sono stati messi a punto e commercializzati dei programmi che consentivano di contenere dati alfanumerici e interi testi narrativi, mentre macchine sempre più potenti e quindi capaci di immagazzinare dati anche in ambienti miniaturizzati, come i computer portatili, permettevano l'analisi delle immagini e quindi si apriva alle applicazioni informatiche tutto il settore dei beni culturali.

A questo stadio dello sviluppo tecnologico anche il lavoro dello storico si è andato adeguando alle nuove possibilità, soprattutto per quello che concerne l'uso delle basi di dati. Fin dai primordi dell'informatica una sequenza di dati omogenei inseriti in record, a loro volta strutturati in campi, ha consentito l'elaborazione di tali dati. Nel momento in cui lo storico ha deciso di utilizzare questa tecnologia è intervenuto sulla struttura dei record, decidendo quali informazioni inserire e quindi elaborarle per raggiungere i risultati a cui tendeva. Si trattava però sempre di trattare una sola fonte, senza poterle affiancare informazioni provenienti da altre documentazioni. Era infatti uno strumento che non consentiva troppe fantasie applicative, anche se se ne riconosceva le enormi potenzialità di calcolo, come si è detto qui nei paragrafi precedenti.

Negli anni '90 avanzati, la disponibilità di programmi che consentivano di mettere in relazione più database costruiti anche in maniera differente, ma con elementi di collegamento, ha aperto nuove possibilità di ricerca. Infatti con i database relazionali non è necessario partire da una fonte omogenea e di "buon carattere" - cioè adatta all'elaborazione elettronica - ma si può partire da un oggetto omogeneo e ad esso mettere in relazione dati anche differenti.

Applicando questa metodologia alla storia urbana, si possono prevedere degli interessanti sviluppi. Infatti, se una base di dati è costituita, per esempio, da un catasto, con i programmi più antichi si possono elaborare solo le informazioni che riguardano quella fonte: il numero della parcella, la sua localizzazione, il nome del proprietario e relativamente al solo anno di confezione del catasto. Poiché l'elemento che collega tutto quanto è fisicamente collocato sul suolo, con i database relazionali si può prendere come base omogenea l'oggetto urbano (una parcella catastale, un isolato, una intera zona) con le sue coordinate di latitudine, longitudine e altitudine (elemento georeferenziato) e ad esso collegare tutti i dati storici che provengono anche dalle diverse fonti. Con l'applicazione delle metodologie GIS (Geographical Information System) che collegano le informazioni ad un modello geometrico bi- o tridimensionale, si possono così recuperare tutti i dati che sono stati immagazzinati relativamente a quell'oggetto o ad intere zone urbane comprendenti più oggetti, ciascuno portatore dei suoi elementi di conoscenza.


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